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Dicono di Angini

Tra spiritualità e colore

La scomposizione delle sue opere è frutto di quella della sua anima, sempre alla ricerca di qualcosa che vada oltre. Nei suoi occhi, come nelle sue tele, c’è una malinconia “viva” che ci attraversa e ci emoziona, trasportandoci in un mondo fantastico e complesso; come lui. Tutta la sua vita è stata una sperimentazione artistica volta alla conoscenza di sé, degli altri e del mondo che lo circonda. Nei suoi colori predomina il giallo della luce divina e della speranza.

Una consapevolezza del sé ottenuta mediante la sperimentazione artistica come strumento di conoscenza, come atto di autoriflessione, attraverso l’indagine del proprio vissuto, in costante tensione con l’esterno, quasi volesse far emergere quel tripudio di emozioni che tiene nelle stanze della sua anima.

Olimpia Bruni


Intervista con Dalì

Da un’idea di Josè Van Roy Dalì, “In mostra con Dalì”. Un progetto d’arte che si concretizza in una mostra itinerante, in omaggio al padre Salvador Dalì.

Lo scorso anno partiva, come una caccia al tesoro, presso la Galleria Tondinelli, nel favoloso scenario del Complesso Monumentale di San Carlino delle Quattro Fontane, a Roma, la prima edizione della mostra itinerante con la partecipazione degli artisti: Vittorio Angini, Graziano Peretti, Fausto Ciotti, Ileana Della Matera, Loredana Bendini, Ada Cardilli, Patrizio Veronese e Mario Spigariol.

Tra gli artisti in mostra di particolare rilievo – non togliendo prestigio agli altri partecipanti – le sorprendenti opere del pittore aretino Vittorio Angini. Invitato nel 2007 su segnalazione di Josè Van Roy Dalì, figlio d’arte del famoso pittore catalano, a partecipare alla “Quadriennale d’Arte Contemporanea”, tenutasi a Roma presso il “Vittoriano”, Angini collabora attualmente all’importante progetto d’arte “In mostra con Dalì”. I suoi quadri si trovano in collezioni private negli USA, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Sud Africa, Inghilterra, Irlanda.

La sua pittura, risplendente di luce diffusa, penetra nella nostra capacità e sensibilità di stimolare ricordi ancestrali, che pensiamo sepolti nei meandri della nostra memoria. In molte delle sue opere par di cogliere una sorta di metempsicosi del colore, che nelle sue ricercate tinte pare trasferirsi, espandersi, in ogni angolo della tela, fluttuando oltre le rigide forme del contorno, e dove la sacralità della luce rischiara quelle impalpabili zone della nostra anima in cui risiedono i sentimenti e le emozioni più profonde. I riverberi della luce scaturita dal colore allargano l’immagine, che pare perdersi, oltrepassare i confini della percezione visiva, quasi ad illustrare, ad indicare la strada di un mondo che necessariamente dimora e vive oltre il quadro, espandendosi in orizzonti più ampi. Le forme, i paesaggi, i giochi di colore, i ritratti, appaiono come effigi della nostra esistenza, che coesistono nell’intercalare del ticchettio del tempo che scorre.

Addentrarsi nelle parole di Josè Van Roy Dalì è sempre oltremodo affascinante e l’incontro avvenuto presso la sua casa museo mi ha fornito l’occasione per approfondimenti sul pittore Vittorio Angini e su “In Mostra con Dalì”.

D. I quadri di Angini, che ha voluto appartenessero sin dagli esordi al suo “viaggio” itinerante, svelano le verità nascoste dei nostri desideri e della nostra immaginazione. Trovano affinità con le Sue opere d’arte ed il Suo percorso pittorico?

R. Prima di tutto trovano affinità con il mio gusto e con il mio senso estetico del bello. Inoltre, scavando nel “labirinto” artistico di Angini, tra i lavori del passato e nei vari percorsi, ho trovato molteplici mondi paralleli multicromatici, che mi hanno fatto apprezzare ulteriormente il lavoro di questo artista.

D. Ho avuto modo di ammirare tra le molte opere esposte nella sua galleria privata, appunto in Via Salvador Dalì, quelle di Vittorio Angini. So che sono state largamente apprezzate nel mondo della cultura e dell’arte. Un suo parere strettamente personale su tali opere?

R. Il modo immediato di trasmettere, attraverso i colori, indefinibili emozioni, con la medesima semplicità di un grande romanziere.

D. Maestro, in questa interessante esposizione “In mostra con Dalì”, ciascun artista presenterà, accanto alle sue, tre opere. So che ha fatto la ricerca dei pittori presenti in mostra con molto impegno e serietà, con quale criterio li ha selezionati?

R. Ho saputo “ascoltare” le vibrazioni del colore e individuare, attraverso le varie tematiche, la peculiare sensibilità di ogni singolo artista. E poi, per dirla tutta, mi sono affidato al mio gusto personale, immaginando quali fossero le opere che avrei gradito collocare nella mia residenza… e quali tra queste, avrebbe apprezzato anche mio padre.

D. Com’è sbocciata e che traguardi vuol raggiungere questa mostra? È puramente un omaggio a suo padre Salvador o è un omaggio ad entrambi i Dalì o che altro ancora?

R. Inizialmente è nata come semplice pretesto per offrire uno spazio espositivo e un’adeguata visibilità ad alcuni artisti di talento. Successivamente, visti gli incoraggianti risultati, sarà gioco forza proseguire. Un’opera di Vittorio Angini è un omaggio ad un grande che, con il proprio talento, ha illuminato questo mondo per l’eternità.

D. In virtù del fatto che nei prossimi anni la mostra toccherà molti comuni, e nel 2014 approderà addirittura a New York, vi sarà un turnover di artisti o qualcuno di quelli dell’esordio continuerà questa magnifica avventura?

R. Questa magnifica avventura proseguirà alla grande come una valanga umana, fedele ad uno dei miei temi pittorici prediletti, definito “metamorfosi”, almeno questo è il mio auspicio. Gli artisti della prima selezione saranno di volta in volta affiancati dai nuovi selezionati e contribuiranno con me alla messa in opera di un’impresa umana e artistica di notevole entità, in cui sono preponderanti reciproca stima e amicizia. Un appassionante viaggio, quello di Vittorio Angini in compagnia di Josè Van Roy Dalì, che non solo amplierà le menti alla visione del bello nell’arte, ma darà loro colore ed occhi nuovi per ammirarla.

(2011)


Antologia critica

Tutta l’opera di questo pittore si mostra nella sua piena consapevolezza, animata da una poetica che lo lega a ricordi e conquiste, fino a farne una nuova realtà, nella quale il disegno si frantuma come il vetro, e il magico, irreale splendore dei colori si perde all’infinito come l’arcobaleno. Dopo questa ostinata esperienza artistica, l’opera di Angini ci appare sublimata da un più moderno sentire: non ansia di aggiornamento o attualità mutevole, come spesso avviene nel nostro mondo veloce, ma piena di consapevolezza d’intenti tesi ad acquisire, tra “realtà e sogno”, un arricchimento di valore espressivo coerentemente orientato verso una sensibilità squisitamente musicale.

Bino Bini


Non ho creduto né utile, né opportuno parlare con l’artista quando sono entrata in galleria a vedere i suoi quadri, perché essi già configuravano un loro diritto ad imporsi da soli. La luce, come scomposta da un immaginario caleidoscopio, è la protagonista dei paesaggi. La luce crea e dissolve, moltiplica e smaterializza ogni realtà fino a configurare la fiaba rosa e azzurra di una nuova geografia della quale Angini andrà a cercare i confini in ogni suo slancio emotivo. Nonostante questi cromatismi un po’ fiabeschi, sorge, improvviso, un sottile senso di paura: forse queste immagini prefigurano un lucido cataclisma: e sarà quando la luce spaccherà le rocce e i cieli cadranno nelle vallate diventate di vetro. Silenziosamente.

Ivana Baldassarri (“Resto del Carlino”)


Appartenente a un gruppo di pittori aretini si distacca dalla poetica malinconica dei paesaggi in grigio per una ricerca di maggior intensità cromatica e luministica, capace di conferire all’opera una dinamica intrinseca di forte tensione scenografica. Così Angini si pone come il più originale seguace di una corrente che ebbe il merito di esprimersi in una precisa coerenza, ma non riuscì mai ad elevarsi al di sopra di un sereno, pacato e rassicurante provincialismo. Con lui, infatti, la ricerca delle tematiche – si veda ad esempio la fase in cui è evidente lo stretto rapporto fra l’indagine sul significato e il movimento impresso su scorci e paesaggi per mezzo di netti fasci a luci ed ombre – è divenuta un fatto incessante e sinceramente legato al variare delle urgenze interiori e all’adesione alle più emozionanti personalissime visioni.

Pier Francesco Greci


Le luci trascorrono in momenti successivi, come sfaccettature cromatiche sulla ribalta della storia umana. Salgono verso l’epilogo della tragedia, verso la morte intesa al rinnovamento della coscienza e della vita. L’opera pittorica di Vittorio Angini si qualifica per lo scatto dell’originalità. Gli argomenti rappresentati appaiono soggetti al movimento e da esso animati, ma è chiaro che non derivano dalle file postume del futurismo. Potrebbero essere considerati quali esiti di proiezioni effettuate da più punti di vista, ora interni, ora esterni e cioè quello svolgersi di vedute, quell’accavallarsi di luci informi evocherebbero altre esperienze, non ultima quella del cubismo. Ma nessuno di questi riferimenti è convincente. È vero: nelle proposte c’è il movimento e c’è pure, in certa parte, il superamento o, che dir si voglia, un inizio di dissoluzione della forma, ma le immagini, così viene da credere, hanno accensioni sempre nuove. Sono dei lampi che, come accennato, si svolgono nel tempo e vivono con le intensità e i colori delle emozioni. In ogni dipinto si vede la realtà: ora è solo un breve, ma acuto, riferimento, altra volta è una descrizione più diffusa, così che il figurativo si coniuga, in uno spartito perfettamente accordato, con i termini estremi dell’astrazione. Il racconto di ciascun quadro è subito chiaramente leggibile. Questo motivo collega l’artista alla nostra tradizione pittorica ed evidenzia un linguaggio grafico, in genere essenziale, di rara efficacia. E nell’ambito contestuale si affermano sprazzi improvvisi di luminosità simultanee a chiarori, lembi di blu, frange di rossi, albe di giallo, come suoni vicini e lontani di colori che sorgono dai luoghi profondi dell’interiorità.

Franco Ruinetti


Oltre i colori della percezione

Dai sentieri dell’anima agli squarci di luce, tra le iridescenti, composte scomposizioni di Vittorio Angini. L’universo creativo di Vittorio Angini è il frutto di una profonda esplorazione dell’artista che, partendo dalle radici del pensiero umano e sviluppandosi come i vividi colori delle sue opere in ogni direzione, in vibranti, fantastiche esplosioni controllate dalla sua ricerca per sondare e possibilmente approfondire gli indefinibili spazi multidimensionali della percezione spirituale, sembra proiettarsi nella continua e sterminata metamorfosi di ogni concetto artistico, quasi a cercare nei meandri della propria coscienza l’origine primordiale dell’esistenza dell’uomo e delle proprie emozioni. Tra le molteplici discipline artistiche intraprese da Vittorio Angini nel corso del tempo, che consentono di intravedere l’anima dell’artista paradossalmente suddivisa in sfaccettature simili al perfetto taglio di un brillante, si evidenziano diversi aspetti della sua eclettica, raffinata produttività creativa, tra cui non possono passare inosservate le meravigliose sculture bronzee dei pagliacci giocosi e la loro metamorfica trasposizione in veri e propri gioielli, nei quali la raffinatezza dell’argento e la peculiarità della vetreria di Murano si fondono e prendono vita dal talento di questo eclettico artista. Ho avuto modo di scoprire questo Maestro attraverso varie fasi della sua produzione artistica, in periodi diversi e in discipline artistiche dissimili, in cui fantasia e ricerca si amalgamano adeguatamente in un magico risultato. Nell’accarezzare con lo sguardo le opere di Vittorio Angini e nel perdersi concretamente nei fantastici scorci dei suoi paesaggi colmi di colori e di poetiche tematiche, che invitano alla riflessione e si insinuano benevolmente nell’anima dello spettatore esigente, è gioco forza entrare nell’universo multicromatico del suo immaginario e colloquiare immediatamente con l’Artista nel linguaggio a lui più congeniale, quello della sua tavolozza. Approdare con la mente al poetico mondo che l’artista Vittorio Angini ci invita a visitare attraverso le sue vivacissime opere iridescenti, scansionate sapientemente e offerte allo spettatore alla stregua di una meravigliosa lettura che induce alla intelligibilità globale, o proposte come gradevoli sinfonie in grado di produrre, nell’anima di chiunque, sensazioni capaci di travolgere e rivoluzionare i cardini della comune immaginazione, è come immergersi nella luce di un nuovo giorno foriero di gioiosità che induce a profonde riflessioni. Diversamente da altri suoi contemporanei che, fossilizzando ogni ulteriore ricerca nel nome dell’umano egoismo, talvolta si adagiano sui risultati raggiunti, egli propende con certosina applicazione alla continua ricerca di nuovi linguaggi pittorici, fortificando la propria attitudine alla comunicazione universale, attraverso la naturale vocazione all’insegnamento dettata dal personale istinto di porgere, attraverso liriche visioni, un esplicito invito alla contemplazione e all’apprendimento, quale fantastico dono di emozioni naturali scaturite come magicamente dalle sue creazioni, per quell’innato bisogno di divulgazione del sapere immortalato magistralmente in ogni sua opera. Talvolta l’artista sembra voler sottolineare, con le sue tematiche, alcuni aspetti paradossali della natura meravigliosa che ci circonda, e che forse non siamo più in grado di apprezzare senza l’ausilio di qualcuno in grado di farci riflettere sulla sublime perfezione della semplicità e della complessità della vita. Il paese dei colori, Notturno, La ruspa ferita, Tornano le rondini, Paese delle meraviglie, La musa, Visione, Festa di colori, sono solo alcuni titoli delle composizioni pittoriche di Vittorio Angini: opere alternativamente cariche di colore e nel contempo come scolpite sulla tela con la delicatezza di un antico incisore. L’approccio coloristico, prevalentemente solare, alla fervida creatività compositiva di Angini consente, talvolta, all’osservatore più preparato di trasformare virtualmente segni, colori e tagli di luce, armoniosamente prevalenti in ogni opera dell’artista aretino, in brani musicali in netto contrasto tra loro, quasi che l’andamento regolare di una sinfonia melodica eseguita da una grande orchestra, si trasformi all’improvviso, alla stregua di una immediata doccia gelata, in una modernissima e apprezzabilissima esecuzione di jazz dall’effetto dirompente. Nel gioco artistico professionale abilmente gestito dalla capacità dell’artista, nell’impatto della materia che si fa messaggio meticoloso di una minuziosa ricerca, anatomia del colore e sintesi mnemonica di ogni visione si fondono egregiamente, quasi scaturissero dalla prima stesura del trattato L’elemento spirituale nell’arte di Wassily Kandinsky, restando miracolosamente in bilico tra una remota volontà liberatoria di “fuga” verso un’espressione totalmente astratta e l’immediata “redenzione” costituita dal recupero della forma e dalla consistenza delle immagini, composte e intercambiabili come nel magico caleidoscopio della nostra infanzia.

L’approdo naturale all’intercambiabilità del nuovo concetto pittorico assurge così verso una nuova dimensione in cui tutto può sembrare sublimazione estetica, simile a una lezione di umanità e di moralità essenziale, protesa a comunicare quel messaggio propedeutico di apertura a quel mondo ideale, purtroppo ancora immaginario. Sulle note di Mormorio di primavera di Sinding, come tinteggiate di fresco con i vividi colori che sembrano scaturire dalla tavolozza di Vittorio Angini, ci scostiamo dai percorsi immaginari dei suoi dipinti per affiancare l’artista nella sua incessante ricerca della bellezza quale raggiungimento della propria meta spirituale, nel comune tentativo di riscoprirci più puri e più pronti a socializzare e soprattutto a non stupirci se, nell’osservare attentamente un’opera d’arte, ci sembrerà di percepire le medesime emozioni provate nello scorgere, per la prima volta, una delle tante meraviglie che la natura sa offrire senza chiedere in cambio nulla.

José Van Roy Dalì (2010)