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Istanti di un’estasi impalpabile – Giovanni Faccenda

Nelle varie fasi che hanno sin qui scandito l’evolversi della ricerca espressiva di Vittorio Angini emergono, nitide, alcune peculiarità ricorrenti: sebbene vari – sotto il profilo stilistico – la visione che egli palesa del paesaggio circostante, permane ad esempio stabile, in riferimento al medesimo, l’essenza di un approccio visivo squisitamente emozionale.

Pervasa, fin dagli esordi, da un intimismo scevro da qualunque artificio dolciastro, l’opera del pittore risalta subito per un’originale impostazione realista non disgiunta da una feconda vena romantica. La natura che Angini dipinge in quei primissimi frangenti ha dunque il volto malinconico della “sua” campagna: pagliai sprofondati nella nebbia e case rurali, filari dalle sagome antropomorfe e sentieri solitari.

È, quello, un racconto tipicamente toscano: echeggia la poesia dei macchiaioli, senza peraltro emularne lo schema tipico dei rinomati fraseggi. Altra, infatti, è l’amalgama dell’impianto cromatico che allora caratterizza la pittura di Angini, rivelatrice di luci talvolta sospese in una surreale evanescenza.

L’uso della spatola, intanto, sostituisce l’abituale ricorso al pennello. Mutano i temi e, progressivamente, anche il taglio delle inquadrature. Animato dalla consueta urgenza che lo ha spinto sempre verso il vero, Angini si dedica prima a una serie di ritratti – perlopiù amici e familiari – e poi ad alcuni soggetti maggiormente elucubrativi (i Mostri meccanici) – grandi gru ed escavatori – in un contesto narrativo che all’improvviso assume aspri toni di denuncia, trasformandoli in inquietanti protagonisti di un’allegoria emblematica, nella quale diafane rovine compaiono a un tratto come un messaggio arcano, abitato, in profondità, da indizi che hanno un sapore persino profetico.

Balena, in questa importante stagione creativa di Angini, l’orizzonte di quel realismo magico che informerà gli esiti a venire. Da tempo l’artista ha iniziato a distorcere, dal punto di vista ottico, le proprie immagini (Il sogno del pianista, Cortona) con suggestive interpretazioni in qualche modo riconducibili all’aristocratica lezione dei maestri del cubismo. Ora, però, vi collima anche un ulteriore intendimento pittorico, denso di sollecitazioni luministiche e nondimeno sentimentali.

Cresce la percezione di qualcosa che appartiene, anche, a remoti depositi memoriali. Là dove i ricordi rabbrividiscono ebbri di incanti e di trepidazioni resiste una sorta di coinvolgimento irrinunciabile per qualsiasi pittore. Angini torna così con la mente nei luoghi che hanno acceso il battito del suo cuore e li rivisita come se seguisse il volgere di un sogno, ne dilata o restringe a piacimento le vie d’accesso finanche le architetture, aggiunge il sale di atmosfere che celebrano sconosciuti idilli, riassumendo istanti di un’estasi impalpabile che regala fremiti e rapimento ai più sensibili.

Senti allora l’aria fermarsi attonita in certi vicoli, mentre indovini fragranze di gelso e di lavanda, di mirto e pino silvestre, che ti riempiono le narici. La vita come dovrebbe essere continua nel frattempo ad albeggiare e a tramontare in quelle case, oltre quei portoni in noce massello che tacciono segreti smarrimenti e storie, sincere, che vorremmo ascoltare, quando il giorno, stanco, si abbandona al crepuscolo e la sera è viatico assonnato alla notte che sta per cominciare.

Angini ha dipinto e tuttora dipinge notturni intriganti. Sigillati in una dimensione eterea, essi accolgono fascinosi chiarori lunari, bave di luce madreperlacea che accarezzano l’intonaco di case usurate dal tempo e minuscole finestre assurte al ruolo di occhi vigili al cospetto del mondo.

Ogni singolo scorcio conserva, al solito, un sostrato immaginifico vibrante, l’ardente disposizione di un pittore, Angini – ispirato come pochi altri –, che mescola, indomito, colori e meraviglia, prospettive architettoniche e stati d’animo, il senso, ultimo, della bellezza e valori da intendere – oggi più che mai – come appigli salutari.

Giovanni Faccenda